QUEL FILO TRA TERRORISMO E FEMMINICIDIO

Un articolo di Lea MELANDRI, sul blog “La ventisettesima ora” (Corriere della Sera) ipotizza un’analogia tra terrorismo e femminicidio (dove in Italia è quest’ultimo a mietere più vittime, oltre sessanta da inizio 2016) che solleva interrogativi inquietanti sulla nostra cultura e sulla nostra scarsa consapevolezza della violenza che ci abita.

violenzaChe differenza passa tra la mano di un marito, fidanzato, amante, fratello, che per colpire la donna, sotto la spinta di quella legge di sopravvivenza che Elias Canetti definisce mirabilmente “morte tua, vita mia”, e quella del giovane reso folle dall’odio per il nemico, reale o immaginario, che gli rende insopportabile la vita?

Le armi, le forme atroci, selvagge con cui si dà la morte sono le stesse, e anche i numeri, se si guardano le statistiche, non danno certo il primato alla violenza del terrorismo. Diverso è solo la ‘scelta’ della vittima: volti sconosciuti, da un lato, volti una volta amati dall’altro. Ma quella donna – moglie, fidanzata, amante – non è anch’essa, nell’immaginario e nel portato storico culturale della nostra come di altre civiltà, una figura ridotta alla funzione che riveste – erotica o procreativa – a cui non è stato riconosciuto fino alle soglie della modernità un “Io intellegibile”, la singolarità propria di ogni essere umano? Il conflitto diventa distruttivo nel momento stesso in cui l’“altro” diventa “cosa”, “oggetto” o proiezione fantastica, delirante, di chi ha ridotto il mondo al suo sistema chiuso di valori e spianato così la strada a ogni forma di totalitarismo. Come chiamare diversamente un potere che non ha solo relegato le donne fuori dalla sfera pubblica, ma imposto una visione unica del mondo filtrata attraverso le relazioni più intime – l’amore, la sessualità, la maternità, le cure e gli affetti famigliari – e fatta propria forzatamente dalle donne stesse?