LA CHIESA CATTOLICA DEL BANGLADESH FESTEGGIA 500 ANNI (Sumon Corraya)

Bangladesh, September 2012Chittagong. Bishop House MassProject trip of Veronique Vogel, Jesus GarciaAsia – Bangladesh

I primi cattolici a sbarcare sulla costa di Chittagong erano dei mercanti portoghesi, arrivati nel 1518. Dopo 80 anni, anche i primi missionari. La storia delle origini della Chiesa locale rimane per lo più sconosciuta. Tuttavia dall’esempio dei primi fedeli, tra cui anche tanti martiri, oggi continua a far crescere una comunità che contribuisce allo sviluppo sociale ed economico della nazione.
La Chiesa cattolica del Bangladesh è in festa: oggi infatti si celebra il 500mo anniversario dell’arrivo dei primi cristiani. La festa, fortemente voluta dal card. Patrick D’Rozario e dal vescovo di Chittagong mons. Moses Costa, dove nel 1518 sbarcarono i primi mercanti portoghesi di religione cattolica, è l’occasione per ricordare le origini di questa Chiesa tanto lontana da Roma, la sua lunga storia (per lo più sconosciuta) e i suoi martiri. Sul suolo bengalese scorre infatti il sangue di tanti cristiani che hanno dato la propria vita per la fedeltà a Cristo.
I festeggiamenti si svolgono a Diang, nella diocesi di Chittagong (di recente rinominata Chattogram). Alla cerimonia hanno partecipato più di 8mila cattolici, 100 sacerdoti, 120 suore e 10 vescovi da tutto il Paese. Tra le personalità ecclesiastiche, anche mons. Lumen Monteiro, arrivato da Agartala (India). I festeggiamenti continueranno fino alla sera, quando musulmani, cristiani, indù e buddisti si ritroveranno insieme nella cattedrale, per partecipare ad un incontro interreligioso, segno dell’armonia e della gioia che marca i rapporti tra le diverse comunità religiose del Paese.      Continua nell’ ALLEGATO

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IL VIMINALE SMENTISCE SALVINI: «MAI DATO ORDINE PORTI CHIUSI A SEA WATCH» (Nello Scavo)

6. Documento ViminaleContrariamente alle dichiarazioni del vicepremier, il Ministero dell’Interno nega di avere mai dato l’ordine di divieto all’approdo e allo sbarco dei 47 migranti della nave umanitaria.

 Matteo Salvini non ha mai dato l’ordine di chiudere il porto alla Sea Watch, la nave umanitaria ripartita ieri dopo tre settimane di stop a Catania, dove il 31 gennaio erano stati fatti sbarcare 47 migranti. Non solo, il ministro dell’Interno non ha neanche vietato lo sbarco dei minorenni dalla nave quando è stata tenuta alla fonda a Siracusa. E questo nonostante il vicepremier leghista avesse ribadito più volte che «in Italia i porti – lo aveva assicurato anche il 23 gennaio mentre la nave si avvicinava alla Sicilia – sono chiusi». A smentire, ancora una volta, sono i documenti ufficiali, come già rivelato da “Avvenire” lo scorso 8 gennaio.
I documenti suscitano domande nuove sulla reale catena di comando che parte dal governo e arriva all’ultimo ufficiale delle Capitanerie di porto. Rispondendo a una «istanza di accesso civico», la Direzione centrale dell’immigrazione presso il Dipartimento della Pubblica sicurezza, precisa che il ministero «non ha prodotto e non detiene alcun provvedimento/comunicazione trasmesso alla nave Sea Watch».      Continua nell’ ALLEGATO

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I BENI NON IDOLI, MA STRUMENTO DI CONDIVISIONE CON I NOSTRI FRATELLI (Papa FRANCESCO Angelus 17/02/19)

1. Angelus (1)Il Vangelo di oggi (cfr Lc 6,17.20-26) ci presenta le Beatitudini nella versione di San Luca. Il testo si articola in quattro beatitudini e quattro ammonimenti formulati con l’espressione “guai a voi”. Con queste parole, forti e incisive, Gesù ci apre gli occhi, ci fa vedere con il suo sguardo, al di là delle apparenze, oltre la superficie, e ci insegna a discernere le situazioni con fede.

Gesù dichiara beati i poveri, gli affamati, gli afflitti, i perseguitati; e ammonisce coloro che sono ricchi, sazi, ridenti e acclamati dalla gente. La ragione di questa paradossale beatitudine sta nel fatto che Dio è vicino a coloro che soffrono e interviene per liberarli dalle loro schiavitù; Gesù vede questo, vede già la beatitudine al di là della realtà negativa. E ugualmente il “guai a voi”, rivolto a quanti oggi se la passano bene, serve a “svegliarli” dal pericoloso inganno dell’egoismo e aprirli alla logica dell’amore, finché sono in tempo per farlo.     Continua nell’ ALLEGATO

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LA PRIGIONIA NON HA SOFFOCATO LA FEDE DI P. CREMONESI NÈ DI P. MACCALLI (P. Marco Prada)

2. Omelia Cremonesi-e-GigiÈ stato ricordato anche quest’anno, giovedì 7 febbraio, con una Messa concelebrata dal vescovo, mons. Daniele e da padre Marco Prada, missionario della SMA, il martirio di padre Alfredo Cremonesi. La Celebrazione è stata anche l’occasione per pregare per padre Maccalli, da quasi cinque mesi nelle mani dei rapitori. Così nell’omelia P. Marco ha collegato in modo originale e credibile le figure dei due Missionari cari ai fedeli cremaschi.

Padre Alfredo Cremonesi è stato un missionario fedele alla sua vocazione, fedele fino al martirio. La sua è stata una vita vissuta sempre con fortissima intensità, senza mai tirarsi indietro davanti a nessuna prova, fisica e morale, e conclusa con l’estrema testimonianza di amore e di condivisione con il popolo della Birmania che è diventato il suo popolo.
Un altro missionario, anche lui figlio di questa terra, mi fa essere qui stasera: p. Per Luigi Maccalli. Siamo dello stesso istituto, la SMA, e quasi coetanei. Per un po’ abbiamo lavorato nella stessa diocesi in Costa d’Avorio. E poi abbiamo reso un servizio qui in Italia circa negli stessi anni, lui nella casa di animazione missionaria di Feriole, e io in quella provinciale di Genova.
Da Genova era passato anche p. Alfredo. Era il 5 ottobre 1925, e accompagnava i suoi 9 compagni destinati alla Cina e in attesa di una nave nel porto genovese. Lui, insieme ad altri 5, continuò il giorno seguente per Napoli, da dove si imbarcò per la Birmania, prendendo un biglietto di sola andata. Non avrebbe mai più lasciato il paese che era diventata la sua nuova patria.     Continua nell’ ALLEGATO

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DIFFONDERE IL VANGELO SEMPRE E OVUNQUE (Don Domenico Arioli)

3. don Domenico ArioliDon Domenico Arioli è un sacerdote della diocesi di Lodi da diversi anni missionario in Niger, a Gaya, una regione meridionale al confine con il Benin. Ha conosciuto don Gigi ai tempi del seminario e questa amicizia si è rafforzata nella comune missione nel Paese africano. Il ritratto che ci ha lasciato è quello di un sacerdote, P. Gigi, profondamente radicato tra la sua gente e di un missionario innamorato del suo lavoro.
Conosco P. Gigi da molto tempo…

Fin dal tempo del seminario, quando io già prete incrociavo lui, studente in teologia, nei corridoi del seminario.
Poi ognuno per la sua strada.
Finché un giorno lo incontro di nuovo, questa volta in occasione dell’incontro tra l’arcivescovo di Niamey di allora, mons. Michel Christian Cartatéguy e la SMA di Genova, per promuovere la partenza dei missionari SMA della provincia italiana alla volta del Niger al fine di integrare quelli presenti della provincia francese.      Continua nell’ ALLEGATO

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RIDARE SPERANZA ALLA POPOLAZIONE (Padre Sylvestre Tchegbeou)

4. P. SylvestrePadre Sylvestre Tchegbeou, è un sacerdote beninese della SMA, che da alcuni mesi si occupa della parrocchia di p. Gigi e di altre parrocchie di quella zona. In questa intervista inviata a Fides il missionario racconta come la diocesi ha riorganizzato la presenza dei missionari nella zona.

Ci puoi descrivere come la diocesi ha riorganizzato la presenza dei missionari nella zona dove lavorava p. Pier Luigi Maccalli?
Dopo il rapimento di p. Pier Luigi Maccalli, è stata costituita un’équipe mista di missionari, di cui faccio parte, e che si occupa delle 4 parrocchie del settore Gurmancé della nostra diocesi di Niamey: Bomoanga, Makalondi, Kankani e Torodi.
Prima ero viceparroco di p. Vito Girotto, nella parrocchia di Makalondi. Ma il rapimento ha cambiato l’organizzazione pastorale. Ora, con altri 4 preti, sono in questa équipe, e abitiamo a Makalondi. Tra questi c’è il confratello SMA indiano, p. Dass, che era il vice-parroco di p. Pier Luigi. Gli altri 3 sono preti diocesani nigerini. Da Makalondi ci spostiamo per servire le altre parrocchie. È una missione soprattutto di presenza, perché oggi, con la forte insicurezza che regna nella zona, non possiamo più visitare le comunità dei villaggi. Siamo presenti nelle sedi delle parrocchie, per ridare coraggio, forza e speranza alla popolazione, con cui condividiamo la vita. Abbiamo bisogno delle vostre preghiere, affinché la pace ritorni nella nostra zona, e perché p. Pier Luigi sia presto liberato.        Continua nell’ ALLEGATO

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SPARIZIONI FORZATE E SPARIZIONI PROGRAMMATE NEL SAHEL (Padre Mauro Armanino)

Una finestra sul Niger

5. SparizioniCi hanno educato, non senza sforzo, ad abituarci alle sparizioni. Da quelle forzate a quelle programmate il passo è meno complicato di quello che potrebbe apparire a prima vista. Se ne sono andati, in un tempo relativamente breve, i diritti umani fondamentali: quello alla vita, al nutrimento, all’acqua potabile, all’educazione, alla casa al lavoro…

Anche Luca Tacchetto, con l’amica Edith, la macchina e il presunto invito a cena sono spariti nel vicino Burkina Faso da quasi un mese. Quanto a Pierluigi Maccalli i mesi passati dalla sua sparizione dal Niger sono ormai quattro. Di loro non è difficile ricordare i nomi. Più complicato è invece conoscerli per le quindici ragazze rapite nei pressi del villaggio di Toumour nella zona di Diffa, sul lago Tchad. Ancora peggio per le trentanove persone scomparse in circostanze simili nei dintorni della stessa regione da due anni. La lista dei nomi non interessa a nessuno e i pochi tentativi di rendere pubblico l’avvenimento non ha sortito l’effetto sperato. Da queste parti si sparisce da un giorno all’altro senza lasciare traccia. Poco importa trovarsi all’epoca dei controlli e delle comunicazioni globali. Le sparizioni forzate nel Sahel non ci sono nuove. Col tempo ci siamo abituati, non senza qualche resistenza, a sparire da un giorno all’altro nel nulla, anzi nella polvere del vento.     Continua nell’ ALLEGATO

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SERVIRE IL SIGNORE SIGNIFICA ASCOLTARE E METTERE IN PRATICA LA SUA PAROLA (Papa FRANCESCO – Angelus 20/01/19)

1. AngelusDomenica scorsa, con la festa del Battesimo del Signore, abbiamo iniziato il cammino del tempo liturgico chiamato “ordinario”: il tempo in cui seguire Gesù nella sua vita pubblica, nella missione per la quale il Padre lo ha inviato nel mondo. Nel Vangelo di oggi (cfr Gv 2,1-11) troviamo il racconto del primo dei miracoli di Gesù.

 Il primo di questi segni prodigiosi si compie nel villaggio di Cana, in Galilea, durante la festa di un matrimonio. Non è casuale che all’inizio della vita pubblica di Gesù si collochi una cerimonia nuziale, perché in Lui Dio ha sposato l’umanità: è questa la buona notizia, anche se quelli che l’hanno invitato non sanno ancora che alla loro tavola è seduto il Figlio di Dio e che il vero sposo è Lui. In effetti, tutto il mistero del segno di Cana si fonda sulla presenza di questo sposo divino, Gesù, che comincia a rivelarsi.Gesù si manifesta come lo sposo del popolo di Dio, annunciato dai profeti, e ci svela la profondità della relazione che ci unisce a Lui: è una nuova Alleanza di amore.
Nel contesto dell’Alleanza si comprende pienamente il senso del simbolo del vino, che è al centro di questo miracolo. Proprio quando la festa è al culmine, il vino è finito; la Madonna se ne accorge e dice a Gesù: «Non hanno vino» (v. 3).      Continua nell’ ALLEGATO

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“RESTIAMO UMANI”

2. Restiamo UmaniNella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, cattolici ed evangelici lanciano un appello comune: “Sull’immigrazione si deve cambiare linguaggio e intervenire: salvare chi è in pericolo, ampliare i corridoi umanitari, aprire nuove vie di ingresso regolare”.

In occasione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, cattolici e protestanti italiani lanciano un appello comune perché si continui a vivere uno spirito di umanità e di solidarietà nei confronti dei migranti.
Se per tutti è un dovere nei confronti di chi abbandona il proprio Paese rischiando la vita nel deserto e nel mare, per i cristiani si tratta di un obbligo morale. È per questo che, durante la settimana dedicata all’unità dei cristiani, che viene osservata in questi giorni (18-25 gennaio) in tutto il mondo, abbiamo sentito la necessità di unire le nostre voci, così come insieme abbiamo lavorato in tante occasioni nel campo dell’immigrazione, permettendo la realizzazione dei primi corridoi umanitari, avviati da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Tavola Valdese, Cei e Caritas italiana.     Continua nell’ ALLEGATO

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BILAL A NIAMEY. IL NIGER COME CASA DI SABBIA. (Mauro ARMANINO)

3. BilalUna finestra sul Niger

È nato in Libia da una madre che ha cercato di togliersi la vita dopo il parto. Salvata da un miracolo di passaggio l’ha in seguito chiamato Bilal perché è nato al settimo mese. Salvato dalle acque, del mare Mediterraneo porta solo l’allusione. Bilal è un nome arabo che significa ‘acqua e freschezza’. Sua madre vive adesso a Niamey, assieme ad altre centinaia di rifugiati che le prigioni libiche detenevano torturando. A quattordici anni era fuggita dall’Etiopia, con un’amica di sedici, dopo aver perso tutto in patria. Già nel vicino Sudan avevano subito ricatti e violenze senza fine da parte di ‘passeurs’ (organizzatori di trasporto clandestino di persone oltre confine n.d.r.) criminali. Nel viaggio verso la Libia l’amica muore e lei, raggiunto il Paese, scopre di essere incinta. La creatura di sabbia nasce al settimo mese e lei cerca di togliersi la vita. La salva Bilal. Per ora la sua casa è a Niamey. Una casa di sabbia, precaria come la sua vita, grazie al servizio delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che ha come simbolo due mani a forma di casa. Bilal, con sua madre, abitano proprio sotto quelle due mani di acqua fresca.

Dovete capire
che nessuno mette i figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra …(Dalla poesia HOME, della somala Warsan Shire)      Continua nell’ ALLEGATO

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